Resistono le poltrone inutili

Dal Cnel all’Unione italiana Tiro a segno: ecco tutti i resistenti della poltrona, le tecniche di sopravvivenza e gli espedienti per evitare la chiusura degli enti inutili. Resistere, resistere, resistere: imperativo categorico per il 2015. Resiste il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, di cui un disegno di legge costituzionale ha previsto l’estinzione. E che il disfacimento sia prossimo è evidente non solo dalle dimissioni del presidente dell’Abi Antonio Patuelli e di altri consiglieri, con il risultato che sono rimasti a presidiare Villa Lubin in 45 su 64. Il governo ha deciso di investire il segretario generale Franco Massi, che aveva tagliato i costi e si opponeva al delirio delle consulenze, di un compito decisamente più fruttuoso: la spending review del ministero della Difesa. Mentre la legge di Stabilità ha del tutto azzerato la dotazione, fra le vibranti proteste del presidente Antonio Marzano. Qualche mese fa, quando la scure stava per calare, ha addirittura scritto a Matteo Renzi chiedendo di avviare le procedure per il rinnovo delle cariche, come previsto, ha precisato, <<dalla legge n. 936 del 1986>>. Marzano perderà l’indennità, ma in cambio ritroverà il vitalizio da parlamentare. Intanto c’è ancora qualche milioncino da parte per pagare gli stipendi del personale. Nella segreta speranza che si vada a votare in primavera e la legge costituzionale possa saltare, regalando a tutti qualche scampolo di terapia intensiva. E magari c’è qualcuno che ancora spera negli spiccioli del ministero del Lavoro. Perché pochi sanno che al Cnel arrivano quattrini anche da lì: destinazione una struttura interna chiamata <<Onc>>. Presieduta fin dal primo vagito dall’ex sindacalista Cisl Giorgio Alessandrini, classe 1938, fra il 1999 e il 2014 ha avuto dal ministero 5,3 milioni di euro. A un ritmo medio di 250 mila euro l’anno. E’ il compenso per la realizzazione ogni dodici mesi di un rapporto sugli immigrati e il mercato del lavoro: rapporto pressoché identico a quello prodotto annualmente dallo stesso ministero del Lavoro. Ma resistono anche i 1.612 enti che l’ex ministro della Semplificazione Roberto Calderoli era arrivato a quantificare come <<dannosi>>, promettendo di spazzarli via. E invece lui al governo non c’è più mentre loro sono vivi e vegeti. Nessuno ha più sollevato il problema con la necessaria decisione. Vivi i difensori civici. Altrettanto i Tribunali delle acque, i Bacini imbriferi montani, gli Ato, come pure i 600 <<enti strumentali>> delle Regioni che nel frattempo sono pure aumentati di numero. Vivissimi i 138 enti parco regionali nonché la pletora dei consorzi di bonifica fra i quali se ne trovò uno, nelle colline livornesi, che aveva 16 dipendenti e 33 fra consiglieri e revisori. Per non parlare degli altri enti che si salvarono per il rotto della cuffia durante l’ultimo governo di Silvio Berlusconi grazie a un cavillo concesso loro: rifare in fretta in fretta lo statuto. Salvo l’Istituto agronomico per l’Oltremare. Salva la Cassa conguaglio per il Gpl (Gas petrolio liquiefatto). Salva la fondazione Marconi. Salva l’Unione italiana Tiro a segno, del cui presidente Ernfried Obrist la Gazzetta dello sport pubblicò sei anni fa la foto mentre posava accanto ad alcuni tiratori che indossavano la divisa storica delle SS, scatenando l’indignazione delle associazioni dei partigiani. E salve, soprattutto, le società che Carlo Cottarelli aveva suggerito di chiudere subito. Un caso per tutti? Continua a esistere Arcus, creata dieci anni fa dall’ex ministro dei Beni culturali Giuliano Urbani. Il governo Monti l’aveva chiusa, poi durante la discussione di un decreto del governo di Enrico Letta un emendamento della forzista Elena Centemero l’ha resuscitata, con l’assenso di destra e sinistra. Da allora, l’ex ambasciatore Ludovico Ortona la amministra indisturbato. Sopravvive pure l’Istituto per lo sviluppo agroalimentare, anch’esso decretato inutile da Monti e poi rianimato in Parlamento. Al pari dell’Istituto per il commercio estero, che poi se l’è cavata con la trasformazione in Agenzia. Anche se con un regalino incorporato: l’obbligo di ingoiare il personale di Buonitalia, società del ministero dell’Agricoltura finita (caso unico) in liquidazione. Sempre meglio, però, del funerale. Un rischio corso pure dall’Ente nazionale per il Microcredito fondato da Mario Baccini che ne è presidente dalla fondazione, avvenuta nove anni fa quando era ministro. Monti aveva chiuso anche questo, ma il solito emendamento gli ha risparmiato la sepoltura. Per la felicità dell’onorevole Baccini, protagonista di un autentico capolavoro. Perché ha evitato non solo la soppressione della sua creatura, ma pure che le fossero tagliati i fondi pubblici: 1,8 milioni. Ciò grazie a un successivo emendamento alla legge di Stabilità di Monti. Autore, Mario Baccini. Resta un rammarico. Che votando questi emendamenti i suoi colleghi parlamentari non abbiano mostrato analoga considerazione per un altro soggetto pubblico. Altrimenti, avrebbe resistito anche l’Agenzia per la regolamentazione del settore postale: nata a marzo, morta a novembre 2011. Una delle rarissime vittime dell’apparente lotta agli enti inutili.